Marta Carissimi ha annunciato il suo addio al calcio giocato. Dopo una carriera lunghissima e costellata di successi, l'ormai ex centrocampista, ha deciso di appendere le scarpette al chiodo. Senza rimpianti, con la consapevolezza di avere sempre dato tutto e soprattutto, essendo stata il ponte ideale tra il calcio femminile pionieristico di inizio millennio e quello che oggi si affaccia al professionismo.

In carriera, Marta ha indossato le maglie di Torino, Bardolino Verona, Inter, Stjarnan, AGSM Verona, Fiorentina e Milan. Sette squadre nelle quali si è fatta apprezzare per le sue doti in campo, ma anche per il suo carisma fuori dal rettangolo verde.

Esempio, riferimento, campionessa. Nella sua bacheca trovano posto due scudetti (uno con l'AGSM Verona e uno con la Fiorentina), due edizioni della Coppa Italia (entrambe in viola) e un double scudetto-coppa nazionale con la squadra islandese dello Stjarnan. In totale quasi 300 presenze e 27 gol, oltre 75 gettoni (con cinque reti) con la maglia della Nazionale.

Oggi si chiude un capitolo, da domani ne inizierà uno nuovo. Intanto, Marta ha voluto salutare i suoi tifosi con una sentita lettera apparsa sul sito del Milan che vi riportiamo integralmente:

"Mi ricordo il campo di terra battuta del mio paese, Gassino. Con le piogge invernali diventava una poltiglia di fango e per renderlo praticabile buttavano “la pula”, l’involucro del grano, pezzetti appuntiti che si infilavano ovunque e andavano via solo a primavera. Sei anni con la squadra maschile, poi il passaggio in serie A femminile col Toro. Era un mondo diverso, avevo compagne molto più grandi, le avversarie giocavano in nazionale ed erano miti per me. Io ci giocavo contro, ma a fine partita andavo a chiedere loro l’autografo. Chi giocava titolare aveva da 1 a 11, e quella maglia dovevi conquistarla ogni settimana. Ci si allenava su un campo che aveva un po’ più di erba di quello di Gassino, ma quando pioveva diventava una piscina...era bellissimo allenarsi perché alla fine si faceva a gara chi scivolava più lontano nella pozza. Poi arrivava la neve e si spalava tutte assieme il campo per poi allenarsi, e la battaglia a palle di neve era il normale epilogo dell’allenamento. Nove anni di trasferte notturne in nave, pullman alle 4 del mattino con compagne che a quell’ora staccavano il turno a lavoro e dormivano durante il viaggio per giocare qualche ora dopo. Poi il passaggio a Verona, l’Inter e l’esperienza in Islanda, a contatto con un mondo completamente diverso...un crescendo che mi ha portato alla Fiorentina e poi al Milan. In questi club ho capito che le cose iniziavano a cambiare, che il calcio femminile iniziava ad avere più seguito e considerazione. Il centro sportivo attrezzato, strutture mediche, staff qualificati, dirette tv, il pubblico che iniziava a diventare numeroso, gli sponsor, i gruppi organizzati di tifosi, lo stadio...prima tutto questo era il privilegio di essere in nazionale, ora è il privilegio di essere una calciatrice. Adesso a 8 anni le bambine giocano nelle squadre femminili e non più nei campi con la “pula”, ma su quelli sentitici o di erba, hanno il loro kit e gli spogliatoi tutti per loro. Guardano alle gesta delle giocatrici più grandi, modelli e punti di riferimento, sognando un giorno di fare la calciatrice di professione. Sono passati 23 anni e ho visto cambiare tante cose. Ci sono cose che però rimangono punti fermi, valori imprescindibili. La passione nel fare questo sport, quella che non fa fare sacrifici, ma scelte. Come alzarsi presto la mattina, prendere il treno per Milano, la metro e la bici per arrivare al campo. L’emozione che si prova ad indossare la maglietta, con o senza il cognome, azzurra o del colore del club, con lo stesso onore e attaccamento, e poi scendere sul campo, che sia quello di periferia o lo stadio pieno. L’ambizione di aggiungere ogni volta nuovi obiettivi e la determinazione per migliorare e raggiungerli, oltrepassando qualsiasi infortunio o ostacolo. Il rispetto per le compagne, gli avversari e tutti quelli che lavorano in questo sport, grazie ai quali il calcio femminile sta crescendo. Il calcio mi ha fatto fare esperienze che sono bagagli di vita. Ringrazio le compagne, gli staff, i club e tutti quelli che ho incontrato in questo percorso perché ognuno ha contribuito alla mia crescita. Ho appreso tanto dalle più esperte, ho fatto miei gli insegnamenti e cercato di trasmetterli a quelle più giovani. Ora è il momento di lasciare il calcio giocato, consapevole di aver dato tutto e con la speranza di aver lasciato qualcosa".

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